1) Da dove è nata l’idea e quale bisogno concreto avete visto sul territorio?

Tutto parte dalla storia di un edificio e dalla memoria della comunità che lo ha vissuto. Nel centro del paese di San Michele c’era questo grande edificio ormai inutilizzato, l’ex scuola elementare — un po’ come tante altre strutture dismesse che si incontrano nel forese ravennate. Da quando le lezioni si sono trasferite in un polo più moderno, quel luogo è rimasto lì, custode dei ricordi e della crescita di intere generazioni di residenti. Fin da subito, la comunità locale ha fatto sentire la propria voce: quell’edificio doveva tornare ad avere una funzione pubblica e sociale, con un’attenzione speciale per gli anziani del paese.

Il Comune di Ravenna ha colto l’opportunità dei fondi PNRR (Missione 5 – Componente 2 – Investimento 1.1.2) per trasformarlo in un cohousing tecnologico, accogliente e accessibile, pensato per over 65 autosufficienti o con una lieve necessità di supporto.

In fondo, l’idea del cohousing nasce per dare una risposta concreta a due delle sfide più grandi del nostro tempo: la ricerca di una soluzione abitativa sostenibile e il contrasto alla solitudine, offrendo l’autonomia di una casa propria con il valore aggiunto della vita di comunità.

2) Qual è stata la parte più difficile da far funzionare nella pratica, e come l’avete risolta insieme?

Il nostro mandato è quello di comporre insieme al Servizio Sociale del Comune un primo gruppo di residenti  — fino a 15 persone — ma la vera sfida è trovare le persone giuste per far funzionare questo modello: persone desiderose di vivere il cohousing con uno spirito di reciproco aiuto, ascolto e apertura verso gli altri. 

Dopo una prima fase dedicata a far conoscere la struttura e il progetto sul territorio, oggi siamo in una fase di composizione del gruppo. Abbiamo incontrato più di 50 persone interessate e, attraverso colloqui individuali e momenti di gruppo, siamo entrati in contatto con le loro storie: abbiamo ascoltato i loro bisogni, le motivazioni profonde vita e le risorse che ciascuno vuole mettere in circolo per far nascere questa nuova comunità.

Cambiare casa e stile di vita a questa età non è un passo banale, e il nostro compito principale è proprio quello di accompagnare le persone in questo passaggio. 

Insieme a questo primo gruppo stiamo scrivendo a più mani un “Manifesto dell’abitare”, un documento condiviso sulla cura delle relazioni e sulla gestione quotidiana degli spazi, che andrà ad affiancare il regolamento ufficiale dell’ente gestore, l’ASP Ravenna, Cervia e Russi.

3) Se un’altra realtà volesse replicare il vostro modello, quale sarebbe il primo passo concreto che consigliereste e quale errore evitare?

Questo cohousing nasce proprio con l’idea di essere una sperimentazione, un modello innovativo per il nostro territorio che speriamo possa stimolare nuove esperienze simili, sia nel settore pubblico sia nel privato.

Se dovessimo individuare l’ostacolo principale, è sicuramente l’infrastruttura: realizzare o mettere a disposizione una grande casa capace di ospitare più persone richiede un investimento economico importante. Allo stesso tempo, però, sui nostri territori esistono tantissimi edifici dismessi che potrebbero essere riconvertiti, a fronte di una domanda sempre più alta: noi stessi siamo rimasti felicemente sorpresi dalla straordinaria risposta e dall’interesse del territorio ravennate! Il consiglio per chi vuole replicare questo modello è quindi quello di partire dalle persone e dalle relazioni: è ascoltando i bisogni reali e le risorse dei futuri abitanti che si può poi strutturare la soluzione abitativa più adatta.

L’errore assolutamente da evitare è considerare un’iniziativa del genere come un semplice recupero edilizio o un’operazione immobiliare. La ristrutturazione è solo la parte “hardware”; la vera differenza la fa il “software relazionale”, ovvero la cura della comunità, il lavoro di facilitazione sociale, i servizi di supporto e la stretta integrazione con i servizi sociali del territorio.

4) Guardando ai prossimi 3 anni, quale cambiamento vi piacerebbe vedere per questo progetto, e di cosa avreste bisogno per farlo succedere?

L’obiettivo è far sì che la struttura diventi un vero e proprio punto di riferimento non solo per chi ci abita, ma per l’intero paese di San Michele: un centro propulsore di vita, attività e scambio intergenerazionale. Gli spazi comuni — dalla cucina attrezzata al giardino, fino all’ambulatorio medico e alle sale condivise — ci piace pensarli come luoghi aperti anche ai residenti dei dintorni, ricreando un forte legame con il territorio.

Per accelerare questa integrazione con la comunità locale, crediamo sia fondamentale sostenere la struttura con un operatore di comunità costantemente dedicato alla cura delle relazioni, sia tra gli abitanti interni sia verso l’esterno.

E poi, sognando un po’ in grande, ci piacerebbe davvero che Casa San Michele diventasse un modello innovativo e replicabile di abitare condiviso, estendibile anche ad altre fasce d’età e ad altri contesti sociali.

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